Onda

Onda
che irrompi sulla roccia fredda
accogli queste stanche membra
trascinale nella furia del ritorno

Ché ..
assurgano al cielo cupo

E…
nelle tue braccia trovino quiete

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Ribelle d’ieri, lei

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percorreva il destino suo

di rose sbocciate e poi sfiorite

erano viali alberati

cosparsi di petali

aromi di gelsi e zagare

alternavano i passi suoi

erano acque ondulate

di mari che l’avvolgevano

erano vie squadrate

di città che l’ammaliavano

erano vette imponenti

di monti che la stupivano

di cultura s’era intrisa

libri aveva letto

quadri aveva ammirato

musiche aveva ascoltato

d’amore aveva vissuto

volti aveva ammirato

mani aveva stretto

cuori aveva infranto

si guardava indietro, Lei

e

con un fil di voce

si cercava, ma non si trovava

Il profumo

Il cielo velato li proteggeva

Il prato profumava di foglie

I rami flettevano lenti

I bimbi correvano felici

 

Essi camminavano…

 

Si cibava di storie

la città dell’amore

custodivano i segreti

le mura medievali

 

Essi parlavano…

 

e quando

 

nella bellezza del cercato

nell’idillio del trovato

nella serenità del voluto

hanno riconosciuto

l’immensità dell’amore

 

allora, solo allora

hanno respirato il loro profumo…

 

di Silvana Puschietta @copyright 2016

Meriggio

Scendevo le scale

tenendo il tuo braccio

Attraversavo la strada

stringendo la tua mano

I nostri piedi umidi

segnavano le ombre

sulla sabbia bianca

Le tue mani stanche

muovevano di storie

sulle ali dei ricordi

Superavamo così le estati

nella penombra della nostra vita

mentre

accarezzavo i tuoi capelli

che candidi ondeggiavano

e

nel meriggio sognavamo

tu di ieri, io di domani.

di Silvana Puschietta @copyright 2016

 

INCIPIT di “Uno sguardo al domani” di Silvana Puschietta

Aveva respirato a fondo, deposto la tazza sul tavolino ed esclamato, con lo sguardo fisso negli occhi di lei: “Un tè così buono l’ho bevuto solo a Londra!”.
Un attimo e come in un film cominciarono a scorrere i fotogrammi della sua vita in Inghilterra.
Era giovane e piena di entusiasmo. Bella, dicevano! Sì, lei si sentiva bella. Quando si guardava allo specchio si compiaceva della sua immagine: lisciava i lunghi capelli castani, truccava con una smorfia della bocca gli occhi color nocciola con una sottile linea di eyeliner e un tocco di mascara sulle lunghe ciglia, spolverava poi con un velo di cipria naso e zigomi. Sulle labbra, già rosate di per sé, faceva scivolare un lucidalabbra che ne risaltava la morbidezza sinuosa.
Era arrivata a Londra in un pomeriggio di pioggia estiva. Era quello il suo primo viaggio in aereo. Aveva seguito ogni passaggio del volo. Il decollo, con un tuffo al cuore. Il volo, con gli occhi fissi al finestrino, affascinata dalla schiuma bianca delle nuvole. Aveva seguito l’atterraggio con attenzione all’avvicinarsi della terra. Paura? No, nemmeno un po’. Era emozione, semmai!
Indossava un completo pantalone blu, cucito amorevolmente dalla madre. Scarpe e borsa rosse. Un impermeabile leggero per affrontare il clima piovoso di Londra.
In cuor suo sapeva che quello non era un semplice viaggio di piacere, ma il “viaggio” di preparazione alla vita. Avrebbe dovuto starci per un anno. Gli accordi presi da suo padre con la scuola londinese erano chiari; per un anno lo studente non doveva rientrare al suo paese d’origine. Poi, trascorso un anno, avrebbe potuto allontanarsi per le vacanze invernali ed estive.
Ad attenderla all’aeroporto di Heathrow c’era una giovane donna che aveva il compito di accompagnarla al collegio. Francesca sapeva l’inglese scolastico, aveva frequentato il liceo linguistico della sua città, Torino. Era una delle più brave della classe e si era diplomata a pieni voti. La decisione di vivere all’estero era stata presa d’accordo con suo padre, che ci teneva in modo particolare a ché la figlia sapesse in modo perfetto la lingua inglese. Egli era convinto che qualsiasi diploma non avrebbe avuto alcun valore senza la conoscenza perfetta di una lingua straniera. E così aveva convinto la figlia e soprattutto la moglie, la quale aveva avuto molte titubanze a lasciar partire la figlia tanto lontano e per un lungo periodo.
E ora Francesca stava là: in Inghilterra. Sola e con addosso l’entusiasmo che solo la gioventù sa dare. Aveva fatto esercizio dì conversazione nell’ultimo anno di scuola. Aveva anche partecipato a un Convegno in veste di interprete, a supporto delle traduttrici professioniste, ma l’inglese, quello parlato veramente in Inghilterra lo conosceva ben poco.
Doveva lavorare sodo, voleva dimostrare a suo padre che ce l’avrebbe fatta.

© Copyright 2014 SILVANA PUSCHIETTA All rights reserved

Speranza

Speranza

Se…

ne la solitudine

dei giorni persi

rimescoli le carte

e,

ne l’oscurità

dell’arduo cammino

dissolvi i tuoi tarli

Ecco…

ne l’offesa

della dignità lesa

ritrovi la certezza

del tuo credo

e,

ne la gola

del tuo cuore

respiri ancora

un anelito d’amore.

Luci e Ombre

Silvana Puschietta più che quelli mediterranei, ricorda stili nordici, anglosassoni, con lo stesso gusto per la leggerezza che occulta, e per l’attenta visione di una natura che supporta i moti dell’animo e che ad essi si adegua, incastonando pitture colorate nelle pieghe di un sentire acuto fino allo spasimo, e pur tuttavia sereno nel crearsi una dimensione altra, dove rivivere e ascoltare le voci d’intorno.
(Luisa Lenzi)